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81. Chiasmi International: Volume > 14
Mariana Larison L’Imaginaire du politique. Réflexions sur la lecture merleau-pontienne de Machiavel
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The Political Imaginary.Reflections on Merleau-Ponty’s reading of MachiavelliThis essay attempts to set in relief an aspect of Merleau-Ponty’s political thought that has still received little study: his conception of the political imaginary. This fertile aspect of his political thought appears explicitly in his reading of Machiavelli as it is developed in “Note on Machiavelli”, which appeared for the first time in 1949. In this note, Merleau-Ponty treats the specific problem of power. In trying to characterize this, Merleau-Ponty comes to discover the inevitably imaginary dimension of the political space.To begin, this essay retraces the aim and scope of Machiavelli’s thought, while bringing to the fore those aspects in his political reflections that are properly imaginary. Next, the essay compares these reflections to those Merleau-Ponty had on the political imaginary in the same period as his courses on childpsychology at the Sorbonne (held between 1949 and 1952). Following the descriptions of the phenomenon of the imaginary, this time from the phenomenological point of view, the third and final section of this essay will articulate the analyses of the “Note on Machiavelli” together with the theoreticaljustification of the political imaginary and will show how these analyses are inscribed in the heart of Merleau-Ponty’s path. We will then discover how thephenomenon of the imaginary is intimately linked to the constitution of the self and the other, the body and the intersubjective world, and how this problematicobliges us to pose the question of the symbolic.Across this path, the essay will aim to show how Merleau-Ponty’s reading of Machiavelli allows us to think in a new way about diverse ideas and traditionsand to articulate afresh the meaning and scope of the properly political dimension of human praxis.L’immaginario politico.Riflessioni sulla lettura merleau-pontyana di MachiavelliQuesto saggio intende mettere in rilievo un aspetto ancora poco studiato del pensiero politico di Merleau-Ponty, la sua concezione dell’immaginario politico. Tale fecondo aspetto della riflessione merleau-pontiana sul politico appare esplicitamente nella lettura di Machiavelli svolta nella «Nota su Machiavelli» (1949). In questo testo Merleau-Ponty affronta il problema specifico del potere, ed è nel tentativo di caratterizzare il potere stesso che Merleau-Ponty scopre la dimensione inevitabilmente immaginaria dello spazio politico.In un primo momento, il saggio ricostruisce l’intenzione e la portata del pensiero di Machiavelli mettendo in luce gli aspetti legati all’immaginario presenti nella sua riflessione politica. In un secondo momento, il saggio mette a confronto tali riflessioni con quelle svolte da Merleau-Ponty sul medesimo tema dell’immaginario nei corsi dedicati alla psicologia dell’età evolutiva, tenuti alla Sorbona tra il 1949 e il 1952. In un terzo momento, ripercorrendo le descrizioni del fenomeno immaginario, questa volta dal punto di vista fenomenologico, il saggio articola le analisi svolte nella «Nota su Machiavelli» con la giustificazione teorica di questa stessa nozione di immaginario del politico ; ricolloca tali analisi all’interno del complessivo percorso merleaupontyano; mostra come il fenomeno dell’immaginario sia intimamente legato alla costituzione stessa dell’io e dell’altro, del corpo e del mondo intersoggettivo; come tale problematica renda infine necessario porre il problema del simbolico.L’insieme del percorso svolto nel presente saggio mostra quindi come la lettura merleau-pontyana di Machiavelli consenta di pensare in modo inedito nozioni e tradizioni differenti, nonché di articolare in maniera rinnovata il senso e la portata della dimensione propriamente politica della praxis umana.
82. Chiasmi International: Volume > 14
Christopher Lapierre Être Et Négativité. La Question Du Subjectif-Objectif Chez Merleau-Ponty Et Grimaldi
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Being and Negativity. The Thinking of the Subjective-Objective in Merleau-Ponty and GrimaldiThe thought of Maurice Merleau-Ponty is distinguished at the outset from that of Nicolas Grimaldi as much by their methodological commitments as by the place each one accords to time. Nevertheless, their adoption of a double point of view on the human being – as at the same time consciousness and object – justifies bringing them together. Confronted to its full extent, the problem of the subjective-objective implies the development of a monistic ontology and authorizes the critique that Merleau-Ponty and Grimaldi both address to Sartre and Bergson. In thinking a negativity internal to Being, the two authors come to restore an authentic passivity of mind, inaccessible to the dialectic of being and nothingness. Their philosophical paths diverge conclusively in the solution each brings to this common problem : whereas Merleau-Ponty only sees an apparent contradiction in the duality of points of view, one that is to be lifted by reworking them, Grimaldi’s realism maintains the contradiction at the heart of a substantial unity conceived as time.Essere e negatività. Il pensiero del soggettivo-oggettivo in Merleau-Ponty e GrimaldiIl pensiero di Maurice Merleau-Ponty e di Nicolas Grimaldi si distinguono, ad un primo sguardo, sia per la loro presa di posizione metodologica che per il ruolo che rispettivamente accordano al tempo. Ciononostante, la loro presa in considerazione di un doppio punto di vista sull’uomo – compreso alo stesso tempo come coscienza e come oggetto – giustifica un loro confronto. Affrontato in tutta la sua ampiezza, il problema del soggettivo-oggettivo implica lo sviluppo di un’ontologia monista ed autorizza le critiche che Merleau-Ponty e Grimaldi rivolgono entrambi a Sartre e Bergson. Pensando ad una negatività interna all’Essere, i due autori giungono a restaurare una passività autentica dello spirito, inaccessibile alla dialettica tra essere e niente. In definitiva, le due vie filosofiche considerate in questo saggio divergono rispetto alla soluzione che essi forniscono a questo problema comune : mentre Merleau-Ponty vede nella dualità dei punti di vista una mera contraddizione apparente che si tratta di eliminare riformulandoli, il realismo grimaldiano mantiene la contraddizione inseno ad un’unità sostanziale concepita in termini di tempo.
83. Chiasmi International: Volume > 14
Josep Maria Bech Penser le visuel, visualiser la pensée. Modèle perceptif et politique de la vision
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Thinking the Visual, Visualizing the Thought.A perceptual and Political Model of VisionMerleau-Ponty’s program of perceptivizing thought has depoliticizing effects that, though he does not recognize them, undermine his understanding of politics. These anti-political consequences, moreover, bring out the internal difficulties of his anti-intellectualist starting point. There are three areas in which Merleau-Ponty gave a thorough application, though with unequal success, of his perception-based model: the presentation of his own thought, in which his program of picturalization had a striking success; the explanation of the historical process, in which his visualization model was only partly effective; and access to other people’s thought, in which his perceptivist views encountered an undeniable failure. Merleau-Ponty’s successive approaches to other people’s thought show, by two distinct paths, and beyond his own intentions, an unforeseen political defect. His perceptive model proves incompatible with his political ideas when it is applied in depth, and it thus breaks apart the cohesion of his thought. From a larger perspective, it disrupts reflective approaches to politics since it damages their conceptual bases. This article shows successively that Merleau-Ponty laid out a perceptive model of universal scope; that he applied it to several areas, including politics; that this model proves politically deficient when it serves to remove the autochthonous sources of sense; that these depoliticizing effects become more acute when Merleau-Ponty employs the perceptive model to elucidate other people’s thought; and that its frustration in this area not only devalues his political reflections, but also signals that the perceptive model simply prevents a “thinking of the political.”Pensare il visuale, visualizzare il pensiero.Un modello percettivo e politico della visioneIl programma di percettivizzazione del pensiero intrapreso da Merleau-Ponty comporta effetti spoliticizzanti che sconfessano nascostamente la sua comprensione della politica. Tali conseguenze antipolitiche mettono altresì in rilievo le difficoltà intrinseche alla sua posizione anti-intellettualista. Vi sono tre ambiti nei quali Merleau-Ponty, con diverso successo, ha applicato il suo modello percettivo : la presentazione del suo stesso pensiero, nella quale questo programma di pittoricizzazione incontra un successo trionfale; la chiarificazione del processo storico, dove tale modello “visualeˮ non è efficace che in parte; infine l’accesso al pensiero di altri autori, terreno sul quale questa prospettiva percettivista subisce uno scacco innegabile. Molti tentativi merleaupontiani di approcciare il pensiero di altri autori attestano in vario modo un imprevisto deficit politico. Il modello percettivo di Merleau-Ponty si rivela in altri termini incompatibile con le sue idee politiche, nel momento in cui viene applicato in profondità, e in ultima analisi mette a dura prova la coerenza del suo pensiero. In una prospettiva più ampia, esso ostacola un approccio riflessivo alla politica poiché ne degrada le stesse basi concettuali. Il nostro articolo mostra quindi che Merleau-Ponty ha articolato un modello percettivo di portata universale; che l’ha applicato a svariati ambiti d’indagine, tra cui la politica; che quel modello si rivela deficitario quando viene utilizzato per attingere a specifiche fonti di senso; che tali effetti spoliticizzanti si acuiscono nel momento in cui Merleau-Ponty adotta il modello percettivo per illuminare il pensiero di altri autori; che, per concludere, la sua incongruenza con questo peculiare ambito di riflessione non solo impoverisce le sue riflessioni politiche, ma attesta che in linea generale il modello percettivo sbarra la strada a un qualsiasi «pensiero del politico».
84. Chiasmi International: Volume > 14
Marcus Sacrini Ferraz L’Anthropologie comme contre-science. Une approche merleau-pontienne
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Anthropology as Counter-Science. A Merleau-Pontyan approachThe author tries to show that the conception of the anthropology as counter-science, presented by Foucault (inspired by Lévi-Strauss), is limited to dissolve some naïve representations of subjectivity, and that the critical potential of this notion could be extended to the current theoretical conceptions (section 1). The author holds that the limited notion of contra-science can be found in the very Lévi-Strauss’ works, and this is made clear by comparison with Edmund Husserl’s works (sections 2-3). After that, the author tries to develop a larger notion of counter-science, based on Merleau-Ponty’s criticisms to Lévi-Strauss (section 4). The author uses the subject of acupuncture’s efficacy as an example of this larger notion of counter-science.L’antropologia come contro-scienza. Un approccio merleau-pontyanoIntendiamo mostrare come la concezione dell’antropologia in quanto contro-scienza presentata da Foucault (ispirata dalle opere di Lévi-Strauss) si limiti a smontare alcune rappresentazioni ingenue della soggettività, e che il potenziale critico di questa nozione potrebbe invece essere esteso alle concezioni teoriche in vigore (sezione 1). Sosteniamo che questa nozione limitata di contro-scienza può essere trovata nell’opera di Lévi-Strauss stesso, cosa che emerge con chiarezza nel confronto con alcuni testi di Edmund Husserl (sezioni 2-3). Cerchiamo quindi di sviluppare una più ampia nozione di controscienza antropologica, che si basa sulle posizioni critiche di Merleau-Ponty riguardo a Lévi-Strauss (sezione 4). Il tema dell’efficacitá dell’agopuntura è utilizato come esempio di questa nozione ampliata di contro-scienza.
85. Chiasmi International: Volume > 14
Federico Leoni, Davide Scarso Introduction
86. Chiasmi International: Volume > 14
Federico Leoni Présentation
87. Chiasmi International: Volume > 14
Etienne Bimbenet Qu’est-ce que ça fait de voir comme un être Humain?
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What is it Like to See as a Human Being ?We will ask here “what is it like to see as a human being?” Such a question is difficult, for taking a step back from perception and considering that it might not be what it is, this question goes against what is commonly called the “natural attitude”. Merleau-Ponty orchestrates this relativization of human seeing and itsspontaneous realism in two different ways. First, there is what might be called the “way of finitude.” This consists in taking the point of view from nowhere on perception, the point of view of a mind without worldly attachments. We would then say, as Merleau-Ponty never stopped saying, that perceiving is not seeing from nowhere, and that we always perceive from somewhere, in a finite body, and not from the point of view of god. Our animal origin, however, offers a second, quite different way of frustrating the dogmatism of the perceptual faith. This is the way that Merleau-Ponty adopts in The Structure of Behavior, where he is, in a very natural manner, brought to interrogate that which distinguishes animal perception from human perception. His answer here is valuable: to see as a human is to be capable of “perspectival multiplicity.” To catch sight of such a concept, to see human seeing as plural and excessive, is only possible for someone who has abandoned the point of view of nowhere and who has decided to philosophize starting from the animal.Che effetto fa vedere come un essere umano?Noi ci chiederemo qui che cosa significa «vedere come un essere umano». La questione è difficile, poiché, nell’assumere un distacco rispetto alla percezione e nel supporre che questa possa non essere ciò che è, va contro ciò che comunemente si definisce «atteggiamento naturale». Merleau-Ponty orchestrerà in due modi diversi questa relativizzazione del vedere umano, e del suo realismo spontaneo. Vi è prima di tutto ciò che si potrebbe chiamare la « via della finitezza ». Questa consiste nel prendere nei confronti della percezione il punto di vista assoluto, il punto di vista di uno spirito privo di legami mondani; diremo allora, come Merleau-Ponty non cessa di ripetere, che percepire non è vedere da nessun luogo, che percepiamo sempre da qualche luogo, in un corpo finito, e non dal punto di vista di dio. La nostra origine animale si offre tuttavia come una seconda modalità, ben diversa, di svelare il dogmatismo della fede percettiva. È la via che Merleau-Ponty fa propria ne La Struttura del comportamento, in cui egli è naturalmente portato ad interrogarsi su ciò che distingue le percezioni animali ed umane. Da qui questa risposta, per noi preziosa: vedere come un essere umano significa essere capaci di una « molteplicità prospettica ». Intravedere un tale concetto, vedere il vedere umano come plurale ed eccessivo, è ciò di cui è capace solamente chi ha abbandonato un punto di vista assoluto ed ha deciso difilosofare a partire dall’animale.
88. Chiasmi International: Volume > 14
Federico Leoni Le Cogito et le lézard mexicain. La philosophie et le reste des sciences chez le dernier Merleau-Ponty
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The Cogito and the Mexican Salamander.Philosophy and the Rest of Sciences in the late Merleau-Ponty The article examines Merleau-Ponty’s almost parallel reading – in his last courses at the Collège de France – of the Cartesian cogito and the development of the Axolotl, the salamander studied by American biologist Coghill. My hypothesis is that the metaphysics of the cogito and the biology of the Axolotl represented for Merleau-Ponty two ways of access to the same discovery. Descartes came up against a phenomenon, the cogito, which required the reshaping of metaphysics as a sort of (impossible) psychology of the event or the absolute. Within the field of anatomy, Coghill came up against a phenomenon, the embryogenesis of the Axolotl, which similarly required a sort of conversion of anatomy into embryology. Therefore, bios and psyché, “embryonality” and the cogito, would be nothing but the denomination of the objects that psychology and biology meet along their borders, names for what we could refer to as “event,” “continuum,” “becoming” or, according to an old but still suitable definition, “absolute.” This has countless consequences on the relationship between the so-called human sciences and the so-called natural sciences, their eternally missed dialogue, their false complementarity and the illusion that the famous “two cultures” do actually exist.Il Cogito e la lucertola messicana.La filosofia e il resto delle scienze nell’ultimo Merleau-Ponty L’articolo prende in esame la lettura quasi parallela che Merleau-Ponty svolge, negli ultimi corsi di lezione al Collège de France, del cogito cartesiano e dello sviluppo dell’Axolotl, la lucertola studiata dal biologo americano Coghill. La nostra ipotesi è che la metafisica del cogito, e la biologia dell’Axolotl, rappresentino agli occhi di Merleau-Ponty due modi d’accesso a una stessa scoperta. Dall’interno della metafisica, Descartes si imbatte in un fenomeno, il cogito appunto, che esige che la metafisica si istituisca come una sorta di (impossibile) psicologia dell’eventoo dell’assoluto. Tutta la metafisica sarebbe psicologia, cioè indicazione del luogo assoluto nel quale è inscritto ogni luogo. Dall’interno dell’anatomia, Coghill siimbatte in un fenomeno, lo sviluppo dell’embrione dell’Axolotl, che esige analogamente che tutta l’anatomia si risolva in embriologia. Il vivente sarebbe allora in generale questa condizione di gemmazione e autoorganizzazione, e l’embriologia sarebbe la scienza (impossibile) di questo divenire perfettamenteanoggettuale. Bios e psyché, “embrionalità” e cogito non sarebbero che i nomi di ciò che la psicologia e la biologia incontrano al loro confine, nomi di ciò che infilosofia si chiama evento, continuum, divenire, o, con un vecchio e adattissimo termine, assoluto. Il che comporta innumerevoli conseguenze circa il rapporto trale cosiddette scienze umane e le cosiddette scienze naturali, sul loro dialogo eternamente mancato, sulla loro falsa complementarietà, sull’illusione che si diano davvero le celebri “due culture”.
89. Chiasmi International: Volume > 14
Marcos José Müller-Granzotto Esquisse et pulsion. Le regard selon Merleau-Ponty
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Sketch and Drive. The Gaze in Merleau-PontyIn Seminar XI (The Four Fundamental Concepts of Psychoanalysis), Jacques Lacan interrupts the first session, which was to be devoted to the Freudian notion of the drive, in order to consider not this fundamental concept of psychoanalysis, but the way in which Maurice Merleau-Ponty, in his posthumous book, The Visible and the Invisible, approaches the idea of the subject and how he points to the divergence between the eye and the gaze. Lacan sees in Merleau-Ponty’s thesis concerning the gaze, a certain analogy with what Freud called the death drive. But, concerning voyance, Lacan wonders if Merleau-Ponty does not fall back into a Platonic imaginary of an ultra-gaze from which each body would issue. But or task now is to show that Merleau-Ponty remained faithful to the fact that the gaze cannot really be explained and that his philosophy of the flesh has not reduced the diverse dimension of experience to a central power of constitution. In order to apprehend better the notion of the flesh, we shall bring into play Merleau-Ponty’s theory of the Gestalt, which will allow us to show how, for Merleau-Ponty, the drive is always an irreducible alterity that stops the indivision of the whole from being able to be experienced as a synthesis.Adombramento e pulsione. Lo sguardo in Merleau-PontyNel seminario XI (I quattro concetti della psicoanalisi), Jacques Lacan sospende la prima seduta dedicata alla discussione della nozione freudiana di pulsione, per esaminare non il concetto fondamentale della psicoanalisi ma la maniera in cui Maurice Merleau-Ponty, nel suo libro postumo Il visibile e l’invisibile, affronta il tema e mostra lo scarto che esiste tra occhio e sguardo. Lacan scorge nella tesi di Merleau-Ponty concernente lo sguardo una certa analogia con ciò che Freud ha chiamato pulsione di morte. Ma, a proposito della voyance, Lacan si chiede se Merleau-Ponty non ricada in fondo nell’immaginario platonico di un ultra-sguardo dal quale dovrebbe provenire ogni corpo. Il nostro intento è quindi mostrare che Merleau-Ponty è rimasto fedele alla concezione dell’inesplicabilità dello sguardo estraneo e che allo stesso modo la sua filosofia della carne non ha ridotto le diverse dimensioni dell’esperienza ad un potere centrale di costituzione. Per meglio comprendere la nozione di carne faremo appello alla teoria merleau-pontiana della Gestalt, la quale ci permetterà di mostrare come, per il filosofo, la pulsione sia sempre un’alterità irreducibile tale da impedire che l’indivisione del tutto possa talvolta essere vissuta come sintesi.
90. Chiasmi International: Volume > 14
Guillaume Carron Présentation
91. Chiasmi International: Volume > 14
Emmanuel de Saint Aubert « Voir, c’est imaginer. Et imaginer, c’est voir. » Perception et imaginaire chez Merleau-Ponty
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“To see is to imagine. And to imagine, is to see.”Perception and Imaginary in Merleau-PontyMerleau-Ponty accords such a phenomenological and ontological priority to perception that this privilege might lead him to minimize the importance of theimaginary in our relationship with the world. In fact, in the work published during his life, the theme of the imaginary does not occupy a large place, and its conceptual elaboration remains little visible. A reading of his posthumous publications and of his unpublished papers leads to a more subtle landscape, inwhich the philosopher destabilizes our common oppositions between real and imaginary, as well as those between the imaginary and truth. From themanuscripts from the end of the 1940s on, Merleau-Ponty expands his inquiry into perception in two complementary directions: the intuition of a form of coextensivity between perceptive life and imaginary life, but also between perception and expression. These intuitions, never disavowed, would continueto deepen up through the late unpublished ontological works. They find a guiding thread in the contestation of Sartre’s separation between the real andthe imaginary, and they open out onto the outline of a complex link between truth, imagination, and expression. Merleau-Ponty pretended to approve of thework of The Imaginary all that which is actually moving beyond it, in the direction most opposite to this essay’s own aims: “To see is to imagine. And toimagine is to see.” This split with Sartre finds one of its pivots in the phenomenological characterization of vision as a surpassing of the observable, a surpassing that would touch on an essential dimension of being and of truth.“Vedere è immaginare. E immaginare, è vedere”.Percezione e immaginario in Merleau-PontyMerleau-Ponty accorda alla percezione una tale priorità, fenomenologica e ontologica, che questo privilegio potrebbe condurre a minimizzare l’importanzadell’immaginario nel nostro rapporto al mondo. Di fatto, nell’opera pubblicata in vita, il tema dell’immaginario non occupa un grande spazio, e la suaelaborazione concettuale resta poco visibile. La lettura delle pubblicazioni postume e degli inediti conduce a un disegno più sottile, che vede il filosofo destabilizzare le nostre comuni opposizioni fra reale e immaginario così come quelle fra immaginario e verità. A partire dai manoscritti della fine degli anniQuaranta, Merleau-Ponty allarga la sua indagine sulla percezione in due direzioni complementari: verso l’intuizione di una forma di co-estensività fravita percettiva e vita immaginaria, ma altresì fra percezione e espressione. Mai smentite, queste intuizioni vanno approfondendosi fino ai tardi inediti“ontologici”. Esse trovano un filo conduttore nella messa in causa della separazione operata da Sartre fra reale e immaginario, e sfociano nell’abbozzodi un legame complesso fra verità, immaginario e espressione. Merleau-Ponty finge di “ratificare” il lavoro de L’Immaginario, in realtà sorpassandolo nelladirezione il più possibile opposta allo sforzo compiuto da questo stesso saggio: «edere è immaginare. E immaginare è vedere». Questo distanziarsi da Sartretrova uno dei suoi “cardini” nella caratterizzazione fenomenologica della visione come superamento dell’osservabile, un superamento che riguarderebbeuna dimensione essenziale dell’essere come della verità.
92. Chiasmi International: Volume > 14
Guillaume Carron Merleau-Ponty, Théâtre et Politique. Vertu et plasticité de l’Imaginaire
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Merleau-Ponty, Theatre and Politics.Virtue and Plasticity of the ImaginaryWe will attempt, starting from a course given at the Sorbonne and devoted to the work of the actor, to develop the meaning of the theatrical metaphor in the political philosophy of Merleau-Ponty. Even if the presence of the theater in his philosophy does not seem evident at first glance, it is possible to negotiate his political thought from the metaphor of the theater. This metaphor even allows us to clarify the meaning of a well known expression from the Preface of Signs: “virtue without resignation.” We will then construe the concept of the “plasticity of the imaginary” so as to show how a reflection on the theater opens up a certain understanding of Merleau-Ponty’s ethics.Merleau-Ponty, teatro e politica.Virtù e plasticità dell’ immaginarioA partire da un corso tenuto alla Sorbona e consacrato al mestiere dell’attore, proveremo a sviluppare il senso della metafora teatrale nella filosofi a politica diMerleau-Ponty. Anche se la presenza del teatro nella sua filosofi a non sembra a un primo approccio evidente, è possibile attraversare il suo pensiero politico proprio a partire dalla metafora del teatro. Quest’ultima permette di chiarire il significato di un’espressione ben nota della fine della Prefazione a Segni: quella di «virtù senza alcuna rassegnazione». Si elabora allora il concetto di «plasticità dell’immaginario» per mostrare come la riflessione sul teatro offra a una determinata comprensione dell’etica merleau-pontiana.
93. Chiasmi International: Volume > 14
Stéphane Roy-Desrosiers La Révélation de M. Merleau-Ponty et F. H. Jacobi contre l’intellectualisme kantien
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M. Merleau-Ponty and F. H. Jacobi’s Revelation against Kantian IntellectualismThe goal of this article is to shed light on the neglected connection between Friedrich Heinrich Jacobi (1743-1819) and Maurice Merleau-Ponty (1908-1961). It will be shown through certain themes –I) being in the world, II) description, III) reflexion, IV) revelation and the V) primacy of perception – how Merleau-Ponty echoes Jacobi’s criticism of German Idealism during the Pantheist Quarrel, particularly towards Immanuel Kant’s intellectualist stance, two centuries prior to the Phénoménologie de la perception. Through a historical and philological lens, this article aims to specifically demonstrate how Merleau-Ponty and Jacobi share a common ontology against Kantian intellectualism.La rivelazione di M. Merleau-Ponty e F. H. Jacobi contro l’intellettualismo kantianoL’obiettivo di questo articolo è chiarire la trascurata relazione tra Friedrich Heinrich Jacobi (1743-1819) e Maurice Merlau-Ponty (1908-1961). Attraverso l’analisi di alcune tematiche – l’essere nel mondo, la descrizione, la riflessione, la rivelazione –, mostreremo come nella filosofia di Merleau-Ponty riecheggi la critica all’idealismo tedesco formulata da Jacobi all’epoca della disputa sul panteismo e diretta, in particolar modo e con due secoli di anticipo rispetto alla Fenomenologia della Percezione, alle posizioni intellettualiste di Kant. Grazie ad una lettura storica e filologica, questo articolo tenta di dimostrare come Merleau-Ponty e Jacobi condividano un’ontologia comune in opposizione all’intellettualismo kantiano.
94. Chiasmi International: Volume > 14
Kwok Ying-Lau Chiasme du visible et de l’imaginaire. Esquisses pour une approche phénoménologique de la Photographie
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The Chiasm of the Visible and the Imaginary.Sketches for a Phenomenological Approach to PhotographyIn the digital age today, photographic images appear more and more through a virtual space; their appearance takes place more and more throughan “immaterial medium”. This renders the status of a photographic image more ambiguous, if not more enigmatic. Is a photograph merely a journalistic tool?Is photographic activity primarily mimetic which is meant to fulfill the function of unconcealment of the truth of the given state of things in the world? Or thistruth function can only be fulfilled by the assistance of the viewer’s gaze and the viewing subject’s narrative which is deployed not only according to whatis visible and present, but also according to what is invisible and absent on the surface of the photograph itself? If such is the case, doesn’t a photographalso comprise a hermeneutical and even deconstructive dimension? On the other hand, photography is more and more considered as a kind of artwork inits own right as it can awaken pleasure, imagination and emotion: in short, a photograph is a work which exhibits an affective intentionality. What is therelation between the representational, artistic, affective and critical functions of a photograph? Is there any tension between these functions? This articleattempts to answer some of these problems from a phenomenological approach.Il chiasma del visibile e dell’immaginario.Lineamenti di un approccio fenomenologico alla fotografiaOggi, nell’era digitale, le immagini fotografiche ci vengono incontro sempre più spesso attraverso un medium immateriale. Lo statuto ontologico diun’immagine fotografica diviene così sempre più ambiguo, se non propriamente enigmatico. Una foto è un semplice strumento d’informazione ? L’attivitàfotografi ca è prioritariamente mimetica? La sua funzione principale è quella di rivelare la verità di un certo stato di cose nel mondo? Oppure questa funzionedi veridizione ha bisogno, per realizzarsi, del contributo dello sguardo del soggetto che contempla la fotografia, dell’apporto di un discorso che investe non solo ciò che è visibile e presente, ma anche ciò che è invisibile e assente dalla superficie fotografica? La fotografia, in altri termini, non comporta sempre una dimensione ermeneutica o decostruttiva ? D’altra parte, la fotografia viene sempre più considerata come un’opera d’arte in senso pieno, come un’opera che si fa portatrice di un’intenzionalità affettiva, capace di risvegliare la nostra immaginazione e le nostre emozioni. Quale rapporto sussiste tra le diverse funzioni che una fotografia può svolgere, ad esempio quella rappresentativa, quella artistica, quella affettiva, quella critica? L’articolo cerca di rispondere ad alcuni di questi problemi a partire dall’approccio fenomenologico di Merleau-Ponty.
95. Chiasmi International: Volume > 14
Dominique Séglard La Nature. Errata Merleau-Ponty
96. Chiasmi International: Volume > 15
Marco Spina La rencontre avec autrui. Distance, regard et silence dans la pensée de Maurice Merleau-Ponty
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The starting point of this essay is an article of Enzo Paci, “Prospettive relazionistiche” published in Dall’esistenzialismo al relazionismo, in which the author interprets Merleau-Ponty’s project in the light of a quotation from Saint Exupery: “Man is a knot of relations, and relations alone count for man.” The problem of relations plays, in fact, a central role in all of Merleau-Ponty’s work; hence the principal objective of this essay: to reflect on the originary value of relations in the constitution of the human subject.As Merleau-Ponty himself suggests in his early reflection on affective life, everything in the human being is manifested under the form of the desire of life understood as relation. It is the affective dynamic of desire that provokes reason and configures a manner of being that, through the discovery of alterity, surpasses natural determinisms in opening us to the experience of freedom, sacrifice and love. It is by building on this originary relational constitution of existence that we re-read Merleau-Ponty’s philosophy, in particular the problem of the self as relation. This makes possible a renewed approach to the human sciences with the goal of thinking our relations with others.
97. Chiasmi International: Volume > 15
Renaud Barbaras L’autonomie de l’apparaître
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The goal of this essay is first to emphasize the proximity of the approaches of these two philosophers starting from their common critique of Husserlian subjectivism. By basing the phenomenality of the world on a sphere of immanence constituted by lived experience, Husserl accounts for appearing [l’apparaître] starting from a certain appearing [apparaissant] and thus falls into a form of circularity, the same one that is at work when the natural attitude makes appearing rest on an objective appearing. The aim of these two authors is then to overcome this deeper and more secret version of the natural attitude by freeing the transcendence of the world from every form of objectivity and freeing the existence of the subject from every form of immanence. It is on this sole condition that the autonomy of the phenomenal field can be guaranteed. However, the dynamic approach to the subject in Patočka, which itself leads to a determination of the world as becoming, allows him to account for the chiasm that Merleau-Ponty put forward at the end of his life without managing to ground it, since he held to an insufficient characterization of existence in terms of flesh.
98. Chiasmi International: Volume > 15
Pierre Rodrigo Après la phénoménologie? Ontologie de la chair et métaphysique du mouvement chez Merleau-Ponty et Patočka
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Patočka discusses «the disaster of the rejection of metaphysics» by Heidegger. In this critique, he has claimed that «Merleau-Ponty, Ricoeur, Waehlens and others» could neither be satisfied with the Heideggerian closure of the ontological sphere onto itself nor be content with Husserlian transcendentalism. In fact, there is a convergence between Patočka and Merleau-Ponty on this point, as demonstrated by a note from The Visible and the Invisible in which Merleau-Ponty affirms “I am for metaphysics” ...We show that these two thinkers have seen that phenomenology always faces, by eidetic necessity, what remains essentially irreducible for it: being. One thing toremember with Patočka, however, is that «we must not forget that the phenomenon is precisely phenomenon of being» even if «the structure of the appearing is entirely independent of the structure of beings.» But another thing is to thematize the relation between the appearing of the phenomenon and the manifestation of being. This implies that “after” phenomenological description a new type of correlation is analyzed.
99. Chiasmi International: Volume > 15
Christiane Bailey Le partage du monde: Husserl et la constitution des animaux comme « autres moi »
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While phenomenologists claim to have overcome solipsism, most have not pushed beyond the boundaries of individual human intersubjectivity to that of individuals of other species. Yet Husserl recognizes the existence of an interspecific intersubjectivity, an intersubjectivity beyond the limits of the species. He even goes so far as to say that we sometimes understand a companion animal better than a foreign human. However, even if he admits that many animals are capable of a life of subjective consciousness and live in a world of shared meaning, he does not consider them to be “persons” according to his strict conception that associates personhood with rationality, maturity, normality and historicity. Being a “person” in its most primordial sense – and its most decisive as the basis for political, legal and ethical conceptions – simply means being the subject of a surrounding world, of a common world and a biographical existence. Distinguishing two meanings of the concept of person allows us to recognize that animals share transcendentality; they are not simply alive but have a life that is both biographical and communal, even if they are not able to reflect on their own conscious life in order to consider their place in the chain of generations and to adopt what Husserl calls a “vocation”. The Husserlian phenomenology of anomalies allows us to recognize that animals truly come under the figure of the other, that they are alter ego subjects of a conscious life, and as such they participate fully, just as do children, the insane, and foreigners, in the co-constitution of the spiritual world.
100. Chiasmi International: Volume > 15
Annabelle Dufourcq La philosophie politique de Merleau-Ponty au-delà du concept de crise. L’engagement entre vertige chronique et action symbolique
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This article shows that Merleau-Ponty’s philosophy is traversed by a tension between an interpretation of history and existence in terms of crisis and the recognition of an insurmountable vertigo, the Heraclitean model of an eternal return of the singular and the partial, without possible synthesis. Our thesis is that the model of the crisis is marked by a classical positivism which makes it the secret ally of a conservative and anti-democratic politics. It is also an impasse in Merleau-Ponty’s philosophy since it supposes a reference to an overlooking point of view that the whole of Merleau-Pontian reflection has shown to be impossible. The phenomenology of perception and ontology of the perceived world show that we have access only to a mystified consciousness and that even the world itself is undecided. The Heraclitean path must win against the interpretation in terms of crisis, but the persistence of the second path in Merleau-Ponty’swork is also explained by the extremely difficult character of the first path. The theory of chronic vertigo takes us closer to nihilism, and this is an aspect of Merleau-Pontian philosophy whose radical and highly problematic – perhaps even aporetic – character must not be underestimated. How to decide on practice and politics without absolute reference, without being able to guarantee anything? The use Merleau-Ponty makes of crucial references to Machiavelli and Marx at the heart of his political philosophy is very revealing this regard: in the first movement, this is a matter of “disarming” these philosophies, making them instruments for the disruption of action. But Merleau-Ponty’s final goal is not to return to the philosophy of contemplation, abstract ontology, but to build a new practical model: that of symbolic action, which integrates vertigo rather than surpassing it and constitutes a praxis inseparable from the enterprise of knowledge and artistic creation. We could say that it is saved by its openness to sense, but this means that it cannot rely on any positive established meaning and must find its wellspring in a ‘wild’ ability to be unceasingly decentered, to take nothing for granted, to approach our values and beliefs as foreign. This raises the question of the possibilityof the incarnation of such a model in an effective political institution.