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Chiasmi International

Volume 14, 2012

Science, Images, Events

Emmanuel de Saint Aubert
Pages 257-281

« Voir, c’est imaginer. Et imaginer, c’est voir. » Perception et imaginaire chez Merleau-Ponty

“To see is to imagine. And to imagine, is to see.” Perception and Imaginary in Merleau-Ponty Merleau-Ponty accords such a phenomenological and ontological priority to perception that this privilege might lead him to minimize the importance of the imaginary in our relationship with the world. In fact, in the work published during his life, the theme of the imaginary does not occupy a large place, and its conceptual elaboration remains little visible. A reading of his posthumous publications and of his unpublished papers leads to a more subtle landscape, in which the philosopher destabilizes our common oppositions between real and imaginary, as well as those between the imaginary and truth. From the manuscripts from the end of the 1940s on, Merleau-Ponty expands his inquiry into perception in two complementary directions: the intuition of a form of coextensivity between perceptive life and imaginary life, but also between perception and expression. These intuitions, never disavowed, would continue to deepen up through the late unpublished ontological works. They find a guiding thread in the contestation of Sartre’s separation between the real and the imaginary, and they open out onto the outline of a complex link between truth, imagination, and expression. Merleau-Ponty pretended to approve of the work of The Imaginary all that which is actually moving beyond it, in the direction most opposite to this essay’s own aims: “To see is to imagine. And to imagine is to see.” This split with Sartre finds one of its pivots in the phenomenological characterization of vision as a surpassing of the observable, a surpassing that would touch on an essential dimension of being and of truth. “Vedere è immaginare. E immaginare, è vedere”. Percezione e immaginario in Merleau-Ponty Merleau-Ponty accorda alla percezione una tale priorità, fenomenologica e ontologica, che questo privilegio potrebbe condurre a minimizzare l’importanza dell’immaginario nel nostro rapporto al mondo. Di fatto, nell’opera pubblicata in vita, il tema dell’immaginario non occupa un grande spazio, e la sua elaborazione concettuale resta poco visibile. La lettura delle pubblicazioni postume e degli inediti conduce a un disegno più sottile, che vede il filosofo destabilizzare le nostre comuni opposizioni fra reale e immaginario così come quelle fra immaginario e verità. A partire dai manoscritti della fine degli anni Quaranta, Merleau-Ponty allarga la sua indagine sulla percezione in due direzioni complementari: verso l’intuizione di una forma di co-estensività fra vita percettiva e vita immaginaria, ma altresì fra percezione e espressione. Mai smentite, queste intuizioni vanno approfondendosi fino ai tardi inediti “ontologici”. Esse trovano un filo conduttore nella messa in causa della separazione operata da Sartre fra reale e immaginario, e sfociano nell’abbozzo di un legame complesso fra verità, immaginario e espressione. Merleau-Ponty finge di “ratificare” il lavoro de L’Immaginario, in realtà sorpassandolo nella direzione il più possibile opposta allo sforzo compiuto da questo stesso saggio: «edere è immaginare. E immaginare è vedere». Questo distanziarsi da Sartre trova uno dei suoi “cardini” nella caratterizzazione fenomenologica della visione come superamento dell’osservabile, un superamento che riguarderebbe una dimensione essenziale dell’essere come della verità.

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