Volume 13, 2011
Merleau-Ponty Fifty Years After His Death
Judith Michalet
Pages 241-258
La Chair Comme « Plissement Du Dehors »
La Lecture Deleuzienne Du Dernier Merleau-Ponty
The Flesh as the Folding of the Outside
Deleuze’s Reading of the last Merleau-Ponty
By describing the flesh in terms of a “torsion” of “an Outside more distant than any exterior,” Deleuze in his 1986 book on Foucault sketches an ambivalent reading of Merleau-Ponty’s final philosophy. Insofar as it grants to the Outside an ontological primacy, Deleuze’s definition seems to indicate that the Flesh is not an originary agency, but rather a derived state of a primordial folding. If the flesh is derived, then the inconstituability of the carnal fold, which Merleau-Ponty defends, would be radically challenged. But at the same time, the difficulty that Merleau-Ponty encounters in his final writings – that of giving an account of the specificity of my Flesh in relation to the Flesh of the world – would in this way perhaps be overcome. We shall show in fact that the absence of a specific ontological difference between the Flesh of the body and the Flesh of the world in The Visible and the Invisible – an absence that Deleuze points out when he invokes an “ideal coincidence” between the two kinds of flesh, could be avoided by recourse to the living Flesh conceived as stemming from a torsion of a
primordial Outside. To what extent is Deleuze, in his metaphysical reconstruction of Merleau-Ponty’s project, still faithful to this primordial Outside? To what extent does he twist this speculative reformulation in the direction of his own conception of life? These are the questions which my article would like to disentangle.
La carne come piega del Fuori
Deleuze lettore dell’ultimo Merleau-Ponty
Descrivendo, in un passo del suo libro su Foucault, la carne come torsione di un “Fuori più lontano di ogni mondo esterno”, Deleuze abbozza una lettura ambigua della filosofi a dell’ultimo Merleau-Ponty. In quanto concede al Fuori un primato ontologico, questa defi nizione deleuziana sembra costituire l’indice di una concezione secondo la quale la carne non sarebbe più un’istanza originaria, ma uno stato derivato da un piegarsi primordiale. Se così fosse, è l’incostituibilità della piega carnale, difesa da Merleau-Ponty, che verrebbe rimessa in questione. Al contempo, però, la difficoltà di rendere conto della specificità della mia carne rispetto alla carne del mondo verrebbe semplicemente aggirata. Come si tratterà di dimostrare, l’assenza di una differenza ontologica netta tra la carne del corpo e la carne del mondo ne Il visibile et l’invisibile, sottolineata da Deleuze nell’evocazione di una “coincidenza ideale” delle due carni,
potrebbe venir risolta dal richiamo ad una carne ricavata dalla torsione di un Fuori primordiale. In che misura Deleuze, nella sua ricostruzione metafisica del progetto merleau-pontiano, si mantiene fedele ad esso? In che misura Deleuze inflette questa riformulazione speculativa in direzione della sua propria concezione della vita? Sono le questioni che il presente articolo si propone di affrontare.